Un sistema da tavolo per trasmutare gli atomi

Gli aggregati di carica ad alta densità, scoperti negli anni Ottanta dal fisico Kenneth Shoulders, permettono di realizzare una sorta di acceleratore di particelle da tavolo con il quale realizzare reazioni nucleari ad alta energia altrimenti non accessibili a un dilettante. Le particelle così accelerate (ioni positivi di un determinato elemento chimico) possono venire dirette verso un bersaglio ottenendo delle trasmutazioni atomiche. Nel caso di un’opportuna selezione degli ioni positivi, del potenziale accelerante e del materiale bersaglio, è possibile produrre reazioni nucleari esotermiche per la produzione di energia. 

Gli aggregati di carica ad alta densità costituiscono una scoperta e la base di una tecnologia potenzialmente rivoluzionaria, che trova varie applicazione, fra cui: la stabilizzazione dei rifiuti radioattivi, la produzione di energia termica e/o elettrica, la produzione di elementi chimici scarsi. Si veda, per una utile introduzione all’argomento, il mio articolo Cosa sono gli “aggregati di carica” di K. Shoulders.

Questo articolo vuole illustrare, in particolare, l’applicazione del controllo e uso di aggregati di carica ad alta densità iniettati nel plasma per produrre reazioni nucleari a bassa energia (note come LENR, Low Energy Nuclear Reactions). Tali reazioni possono venire sfruttate ad es. nella produzione di energia termica a basso costo, non inquinante e abbondante, come illustrato in un mio articolo sull’E-Cat.

L’uso di aggregati di carica ad alta densità, in effetti, potrebbe spiegare non solo i fenomeni di calore in eccesso che sono stati osservati nelle prime celle a fusione fredda e nei più moderni reattori LENR (di cui l’E-Cat è soltanto un esempio, sebbene assai importante), ma anche l’evidente trasmutazione di elementi chimici riscontrata sulla superficie e all’interno dei catodi di questi apparati.

Come creare aggregati di carica ad alta densità

Gli aggregati di carica ad alta densità, come insegnatoci da Kenneth Shoulders (1991), possono essere formati in un quasi-vuoto o in un gas a bassa pressione da un breve impulso di potenziale negativo applicato a un catodo appositamente progettato. È possibile infatti generare un aggregato di carica sulla punta di un elettrodo appuntito quando viene applicata una grande carica negativa (2-10 kV). Le energie più elevate possono creare una collana di aggregati anziché aggregati singoli.

Schema del generatore per ottenere un aggregato di carica secondo Shoulders.

Una piastra dielettrica (preferibilmente quarzo fuso o allumina, tipicamente di 0,25 mm di spessore) è collocata tra il catodo emettitore e l’anodo del collettore. L’aggregato di carica emette una striscia di luce mentre si muove lungo la superficie del dielettrico e impartisce una carica superficiale localizzata sulla piastra dell’anodo. A meno che questa carica non venga dispersa, farà sì che il prossimo aggregato (grande anche meno di un micron) o collana di aggregati (diversi micron) seguano un altro percorso.

Il catodo può essere costruito in rame o in altri materiali (Ag, Ni, Al, etc.) e deve avere una punta assai appuntita. Una sottile lastra di metallo di prova (witness plate) può essere posizionata vicina all’anodo per intercettare gli aggregati di carica, e subirà danni visibili dal loro impatto. Tale lastra serve quindi a rilevare ed a localizzare tali entità, anche se queste sono invisibili. Infatti, un tipico aggregato di carica impatterà su tale lastra e lascerà buchi o “vesciche” di varie dimensioni nella lamina di metallo.

Il generatore di aggregati di carica è in genere lungo circa 10 mm. I materiali usati nella sua costruzione devono essere molto stabili e resistenti per resistere all’elevata energia degli aggregati di carica. Il generatore può anche essere tubolare e può funzionare nel vuoto o in atmosfera gassosa. In un sistema ad alto vuoto, lo spazio tra il catodo e l’anodo dovrebbe essere inferiore a 1 mm per un segnale DC o impulsivo di 2 kV. In un’atmosfera gassosa con una pressione di pochi torr, la distanza tra gli elettrodi può estendersi fino a oltre 60 cm se un piano di terra è posizionato vicino o intorno al tubo.

Un resistenza è posta in serie tra la sorgente di tensione e il generatore di aggregati di carica. Il valore della corrente I nell’anodo (noto dal valore della caduta di tensione V sulla resistenza R), può variare da 1 a 6 ampere. Per un segnale DC o impulsivo di 2 kV, corrisponde all’usare una resistenza R = V / I di 330-2000 ohm. Shoulders ha scoperto che un livello di corrente anodica di 1 ampere viene prodotto da una catena di 3-5 aggregati di carica, il cui diametro complessivo è di circa 3 micrometri.

Una seconda possibile implementazione del generatore di aggregati di carica proposta dallo stesso Shoulders nel medesimo brevetto.

Esiste un limite superiore per la dimensione dell’aggregato di carica, o un limite di corrente, per qualsiasi particolare dimensione del filo. È inoltre necessario utilizzare una resistenza di carico di valore sufficientemente basso in modo che la tensione non aumenti e defletta l’aggregato di carica. Per un impulso a 2 kV, un aumento di 500 V sull’anodo costituisce un massimo ragionevole. Il tasso dell’aumento (rise rate) in questione è molto alto, e per misurarlo è necessario un oscilloscopio a banda larga.

La realizzazione pratica di vari tipi di generatori di aggregati di carica è illustrata nel mio articolo Come fare un generatore di “aggregati di carica”, che si rifà a testi e immagini dei brevetti di Shoulders. Rimando quindi il lettore a tale articolo per sapere in dettaglio come realizzare un semplice acceleratore di particelle “da tavolo”. Inserendo nel contenitore del generatore che ospita gli elettrodi un gas a bassa pressione di una specie atomica, i relativi ioni verranno accelerati contro un bersaglio. Nel seguito di questo articolo darò altre informazioni sull’uso di un tale generatore come acceleratore di particelle.

Gli aggregati di carica possono venire formati da molti tipi di scariche elettriche e risultano evidenti quando una scintilla colpisce una superficie metallica. L’erosione prodotta dalla scintilla può essere principalmente l’effetto dell’azione dell’aggregato di carica. Poiché l’aggregato può essere composto da 108 a 1013 elettroni ed è relativamente piccolo, la densità di energia è elevata. A condizione che l’energia dell’aggregato superi un certo livello, l’aggregato può causare reazioni nucleari, come riportato da Shoulders.

Infatti, gli aggregati di carica possono ionizzare i mezzi locali in cui si forma l’aggregato e raccogliere ioni positivi. Pertanto, il tipico aggregato di un micron (contenente circa 1011 elettroni) può attrarre e trasportare da 100.000 a un milione di ioni positivi. Tali aggregati, soprattutto quando sono più energetici di un valore energetico di soglia, possono produrre delle reazioni nucleari a bassa energia (LENR), sebbene il loro sfruttamento pratico per la produzione di energia richieda step ulteriori.

La differenza tra l’impatto di un aggregato tipico e quello di un aggregato che produce una reazione nucleare può essere facilmente osservata su microfotografie, fatte al microscopio elettronico, dell’impatto dell’aggregato, come ad es. quelle che troviamo in alcuni lavori di Shoulders. Nel primo caso, il metallo è fuso dall’energia rilasciata dall’impatto dell’aggregato, ma non vi sono prove di reazioni nucleari; nel secondo, l’aggregato causa una vigorosa esplosione con cambiamenti nucleari misurabili.

Alcuni impatti di aggregati di carica  di elettroni (abbreviati con “”EV”) su vetro al piombo (a sinistra) e un aggregato di carica che si dissolve nel suo cammino nel vuoto. 

Si è osservato che l’aggregato di carica mantiene una configurazione stabile anche se è costituito principalmente da elettroni. È stato inoltre determinato che questi aggregati di carica sono principalmente toroidali. La dimensione e il numero degli aggregati di carica sono determinati dai parametri di formazione, in particolare dalla grandezza e dalla forma dell’impulso elettrico utilizzato per creare l’aggregato.

Vi è un semplice test che è possibile fare per verificare di aver creato un aggregato di carica. In pratica, se si sta lavorando con dispositivi in cui si prevede che vengano prodotti aggregati di carica, si suggerisce la seguente procedura. Posiziona una piccola radio a transistor vicino al bersaglio del sospetto aggregato. Sintonizzati su una parte della banda radio AM (cioè modulata in ampiezza) in cui non ci sono stazioni AM. Alza il volume della radio e ascolta il “crepitio” di elettricità statica.

L’elettricità coinvolta negli aggregati di carica è elettricità statica, come quella della scintilla che scatta verso una maniglia se prima si trascinano i piedi su un tappeto.Perciò, quando un aggregato di carica colpisce il bersaglio, emette energia elettromagnetica sufficiente per sentirlo su tale radio. Ricorda che la modulazione di frequenza (FM) taglia queste raffiche di radiazioni elettromagnetiche e che le scariche statiche non si sentiranno sintonizzandosi sulla banda FM.

L’uso come acceleratore di ioni positivi

Se un aggregato di carica viene distrutto completamente, vengono prodotti raggi X: quando un aggregato di carica viene catturato in un circuito a bassa induttanza, rilascia la sua energia così rapidamente da produrre fotoni a raggi X con circa 2 kV di energia. L’impatto di aggregati di carica può anche produrre emissioni di impulsi termoionici e, in particolare, trasmutazioni atomiche. Come ora vedremo, si può sfruttare un generatore di aggregati di carica per realizzare un vero e proprio acceleratore “da tavolo” di ioni positivi, con cui generare reazioni nucleari e trasmutazioni atomiche in un bersaglio.

Un semplice generatore di raggi X basato sul generatore di aggregati di carica di Shoulders. (dal suo brevetto US 5153901)

Un aggregato di carica, se creato e lanciato in presenza di un forte campo elettrico, è soggetto allo stesso potenziale acceleratore di un elettrone posto nello stesso campo elettrico. La velocità raggiunta da un aggregato di carica in un campo elettrico è all’incirca uguale alla velocità raggiunta da un singolo elettrone. Sebbene l’aggregato possa trasportare un gran numero di ioni positivi, il rapporto tra elettroni e ioni positivi è talmente ampio (da 105 a 106) che gli ioni positivi incorporati o attaccati all’aggregato hanno un effetto molto piccolo sulla velocità impartita all’aggregato dal campo elettrico.

La velocità acquisita dall’aggregato fornisce una grande energia cinetica all’aggregato di carica. Nell’elettrodinamica classica, l’energia cinetica di un aggregato di carica è determinata dalla differenza di potenziale (o intensità del campo elettrico) tra l’emettitore (catodo) e il bersaglio (anodo). L’energia cinetica dell’aggregato di carica nel punto o nella superficie dell’emettitore è considerata pari a zero e aumenta man mano che il gruppo di carica si avvicina al bersaglio o all’anodo.

Quando uno ione, con massa Mi e carica Z x e, viene accelerato da una differenza di potenziale di campo elettrico V, lo ione avrà un incremento di energia W = Z x e x V, dove Z è il numero atomico (cioè il numero di protoni, che nel caso di uno ione indica la carica dello ione) ed e è la carica unitaria dell’elettrone. Ad esempio, per il litio (Z = 3) e una d.d.p. di 5 kV, ho W = 3 x e x 5 kV = 15 keV. L’aumento di velocità vi, nel caso non relativistico (vi <<c) e assumendo che la velocità iniziale dello ione sia zero, è:

vi = (2 Z x e x V / Mi)1/2

Si consideri ora un aggregato di carica ad alta densità con Ne elettroni aventi massa me e Ni ioni positivi aventi massa Mi e carica Z x e. Quando tale aggregato di carica accelera attraverso la stessa differenza di potenziale V di cui sopra, l’aggregato in questione guadagna un’energia pari a (-Ne x e + Ni x Z x e) x V, mentre l’aumento di velocità vEV è il seguente, sempre nel caso non relativistico (vEV <<c) e assumendo che la velocità iniziale dell’aggregato sia pari a zero:

vEV = [2 (-Ne x e + Ni x Z x e) x V / (Ne x me + Ni x Mi)]1/2

Nell’aggregato totale contenente anche gli ioni positivi, il rapporto tra il numero di ioni positivi e il numero di elettroni negativi, ovvero il rapporto Ni /Ne, è di circa 10-6. Quindi l’equazione precedente può essere approssimata dalla seguente: ABS [vEV] = (2 e x V / me)1/2. Il rapporto tra vEV e vi per la stessa differenza potenziale V è dato da: ABS [vEV] / vi = (Mi / Z x me)1/2 e il rapporto tra l’energia cinetica, Ki, EV, raggiunta da uno ione positivo incorporato nell’aggregato e l’energia cinetica, Ki, ottenuta invece da uno ione positivo in un gruppo di soli ioni positivi, è quindi:

Ki, EV / Ki = 1/2 Mi x v2EV / (1/2) Mi v2i = Mi / Z me

che è approssimativamente 1836 x A / Z, dove A e Z sono, rispettivamente, il numero di massa e il numero di carica dello ione positivo. Dunque, ad esempio, per un atomo di idrogeno A = 1 e Z = 1, per cui, se la differenza di potenziale applicata agli elettrodi è di 5 kV, l’energia cinetica raggiunta da uno ione idrogeno inglobato nell’aggregato di elettroni è pari a 1836 x 1 x 5 kV / 1 = 9180 keV = 9,1 MeV. Se invece lo ione inglobato nell’aggregato di elettroni fosse stato, ad esempio, di litio (A = 7 e Z = 3), l’energia cinetica raggiunta sarebbe stata ben più grande, pari a 1836 x 7 x 5 kV / 3 = 21420 keV = 21,4 MeV.

La tabella qui sotto mostra l’energia ottenibile (in MeV) con varie differenze di potenziale (in kV) applicate agli elettrodi, sfruttando l’aggregato di elettroni comprendente alcuni ioni da accelerare. Come si vede, l’energia ottenibile cresce sia con la differenza di potenziale sia al crescere del numero di massa dello ione che si desidera accelerare. Con una d.d.p. di potenziale di 2 kV si raggiunge, con quasi tutte le più comuni specie atomiche, un’energia di circa 7-8 MeV, che arriva a circa 35-40 MeV con 10 kV.

L’energia ottenibile (in MeV) con l’acceleratore di ioni basato sul generatore di Shoulders. L’energia ottenibile dipende dal tipo di ione accelerato e dalla differenza di potenziale applicata. 

Raggiungere energie così elevate con un acceleratore di particelle “da tavolo” è un risultato ragguardevole (ad es. l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare ha, nel suo Laboratorio Nazionale di Catania, un acceleratore lineare elettrostatico da 100 MeV del tipo Tandem Van de Graaf da 15 MV), ma al tempo stesso rendono questo acceleratore casalingo tutt’altro che un giocattolo, sia per le alte tensioni coinvolte sia per la possibilità di creare prodotti di reazione pericolosi, quali neutroni e raggi X o gamma.

Questa scoperta, che un’alta energia cinetica può essere trasmessa agli ioni positivi da un aggregato che è stato creato in un mezzo a energia relativamente bassa, è assai importante! Infatti, come appena visto, quando viene applicata una differenza di potenziale di 5 kV, un protone (deuterone) – nel caso di un aggregato puro di protoni (deutoni) – raggiungerà l’energia di 5 KeV. Tuttavia, un protone (deuterone) incorporato in un aggregato, usando lo stesso potenziale di accelerazione di 5 kV potrebbe raggiungere un’energia cinetica di ben 9,18 (o 18,36 nel caso del deuterone) milioni di elettronvolt (MeV)!

Questa ulteriore energia cinetica è ora sufficiente per superare la barriera di Coulomb di un tipico nucleo bersaglio e produrre reazioni nucleari. Quando un gran numero di tali aggregati di carica, con gli ioni positivi che li accompagnano, vengono prodotti e accelerati su un anodo bersaglio, la velocità di reazione nucleare può essere piuttosto elevata. Nel prossimo futuro, quindi, piccole università e persino scuole secondarie saranno in grado di permettersi un acceleratore di particelle di laboratorio.

La barriera di Coulomb che un protone deve superare per avvicinarsi al nucleo di un atomo e fondersi con esso.

Infatti, via via che la ricerca e lo sviluppo sugli aggregati di carica matura, è probabile che questa tecnica di promozione degli ioni positivi ad un’alta energia cinetica diventerà uno dei metodi meno costosi e più semplici per studiare le reazioni nucleari. Un acceleratore compatto, compatto, da tavolo, di particelle cariche potrebbe non essere più un sogno ma diventare una realtà. Tali acceleratori di particelle da tavolo possono essere complementari agli acceleratori di particelle grandi e costosi.

Come creare gli ioni e produrre reazioni esotermiche

Come spiegato in precedenza, quando un aggregato di carica viene accelerato in un campo elettrico (e sta trasportando qualcosa come forse 106 ioni positivi), c’è energia sufficiente per creare delle reazioni nucleari quando gli ioni positivi colpiscono dei nuclei del materiale bersaglio. Questa affermazione può essere chiaramente dimostrata replicando gli esperimenti di Shoulders.

La microscopia elettronica a scansione può essere usata per determinare se ci sono cambiamenti nucleari nelle vicinanze del cratere di impatto dell’aggregato di carica. In caso contrario, l’impatto è prodotto probabilmente da un aggregato di cariche con energia insufficiente per promuovere reazioni nucleari. I parametri dell’esperimento devono essere selezionati in modo che gli aggregati di carica vengano effettivamente prodotti e portino degli ioni positivi.

Esempio di trasmutazione indotta (in questo caso per rendere inerte un materiale radioattivo) attraverso l’impatto di aggregati di carica. La figura mostra l’impatto di un aggregato + ioni sul solido radioattivo e la conseguente fissione degli elementi interessati.

Concettualmente, la differenza tra un aggregato di elettroni e un aggregato di ioni positivi può essere determinata dalla differenza tra i rapporti di carica-massa. In alternativa, per determinare se gli aggregati di carica trasportano ioni positivi, è meglio se l’esperimento viene eseguito solo per un breve periodo e il bersaglio di metallo viene visualizzato prima che l’elettrodo bersaglio assomigli alla superficie della luna con troppi effetti di impatti che ostruiscono la vista.

Non è a questo punto difficile capire come creare degli ioni positivi idonei per la penetrazione nucleare con un acceleratore da tavolo di questo genere. Un aggregato di carica di elettroni può venire prodotto ad es. in un’atmosfera di idrogeno in modo tale che le cariche positive collegate al gruppo di elettroni siano ioni idrogenooppure si può far passare l’aggregato di carica attraverso un bersaglio sottilissimo per catturarne qualche ione (v. figure qui sopra e qui sotto). Se l’ammasso di elettroni viene accelerato in un campo elettrico (ad esempio 5.000 V), l’aggregato totale comprendente anche i protoni viene accelerato a circa un decimo della velocità della luce.

Gli ioni prodotti da un sottilissimo bersaglio colpito dagli aggregati di carica.

L’energia cinetica impartita agli ioni positivi è sufficiente per trasportare gli ioni positivi nel nucleo degli elementi bersaglio (in prossimità della zona d’impatto), superare la barriera di Coulomb, facendo sì che tali ioni (i protoni, in quest’esempio) diventino una parte dei nuclei di una certa frazione dei nuclei bersaglio tramite collisioni ad alta velocità, e promuovere così una reazione nucleare (come la fissione spontanea di elementi pesanti). Si noti che è probabile che vi siano alcune collisioni a 3 o 4 corpi.

Inoltre, è interessante cercare di farsi un modello mentale di cosa accade quando un ammasso simile si avvicina ai nuclei bersaglio. Ciò che succede è che l’intenso campo elettromagnetico di questi miliardi di elettroni strappa via (respinge) tutti gli elettroni che normalmente si trovano intorno ai nuclei bersaglio e lascia un plasma di nuclei bersaglio “nudi” che non ha ancora avuto il tempo di muoversi.

Sebbene le reazioni nucleari prodotte con questo metodo possano essere considerate delle reazioni di fisica del plasma ad alta energia, il processo di avvio è a bassa energia (spesso meno di 1.000 V). Il processo della reazione nucleare inizia infatti con la creazione di un aggregato di carica ad alta densità con mezzi a bassa energia. Tuttavia, l’aggregato di carica ha un alto potenziale energetico. L’impatto dell’aggregato di carica, almeno con alcuni tipi di materia, produce quindi reazioni nucleari.

Schema dell’acceleratore al plasma di particelle (ioni, come ad es. protoni se l”accelerazione è fatta in atmosfera di idrogeno a bassa pressione) illustrato in questo articolo, basato sugli aggregati di carica di elettroni scoperti da Shoulders. 

Se la selezione di ioni positivi, del potenziale accelerante e del materiale bersaglio sono appropriati, ci si può aspettare di assistere a delle reazioni nucleari esotermiche, cioè che permettono di produrre più energia di quella fornita all’apparato per ottenerle. In questo senso, il reattore E-Cat di ultima generazione descritto nel mio articolo triplo E-Cat SK: nel cuore del “reattore delle meraviglie” può fornire molti spunti utili per gli sperimentatori a caccia di questo particolare tipo di reazioni.

Energia minima per superare la barriera coulombiana

Per poter avere una reazione di fusione nucleare, le particelle coinvolte (1 e 2) devono superare la barriera coulombiana, in modo da avvicinarsi abbastanza da vincere la forza nucleare forte. Ciò di solito richiede temperature di milioni di gradi (o energie cinetiche delle particelle) assai elevate: in un gas, la temperatura è legata all’energia cinetica media delle particelle. L’altezza della barriera coulombiana dipende dalle cariche delle particelle coinvolte (Z1, Z2) e dalla separazione fra i nuclei (R1 + R2).

Se al posto dei raggi dei nuclei (R1, R2) si usano, rispettivamente, i numeri di massa (A1, A2), allora l’altezza della barriera coulombiana in MeV è data dalla semplice formula seguente, e secondo la meccanica classica solo i proiettili con energia superiore al valore fornito da questa formula possono superare la repulsione coulombiana ed entrare in contatto fino alla fusione nucleare:

La formula per determinare l’altezza in MeV della barriera coulombiana fra due particelle.

Dunque, per realizzare una data reazione di fusione nucleare fra un proiettile di un elemento chimico a e un atomo del bersaglio fatto di un elemento b, occorre innanzitutto stimare l’altezza della relativa barriera coulombiana, onde sapere l’energia minima da fornire al proiettile (cioè allo ione positivo da accelerare); dopodiché, usando la tabella mostrata in precedenza, dobbiamo determinare la differenza di potenziale (in kV) da fornire per accelerare uno ione dell’elemento che vogliamo far reagire.

Nel caso di reazioni nucleari fra un protone (cioè uno ione idrogeno) e il nucleo di un determinato elemento chimico, l’altezza della barriera coulombiana può essere, più semplicemente, letta sulla tabella riportata qui sotto. Ad esempio, per le reazioni fra un protone e un atomo di nichel essa risulta essere di circa 5,7 MeV, per cui, come si vede dall’altra tabella, una differenza di potenziale di 4 kV applicata agli elettrodi, fornendo circa 7,3 MeV di energia al protone, è sufficiente per realizzare la reazione voluta.

L’altezza (in MeV) della barriera coulombiana per reazioni protone-nucleo di un elemento chimico.

Tanto per fare un ultimo esempio di potenziale rilevanza per l’E-Cat di ultima generazione, nel caso di reazioni nucleari fra un protone e un atomo di litio, l’altezza della barriera coulombiana risulta essere di circa 1,0 MeV. Dunque, come si vede dall’altra tabella, una differenza di potenziale di 1 kV applicata agli elettrodi, fornendo circa 1,8 MeV di energia al protone, è sufficiente per realizzare la reazione voluta. Tuttavia, la tensione applicata da Rossi al reattore QuarkX potrebbe essere più alta.

L’uso di tensioni più alte di 2-10 kV anche per il nostro acceleratore di particelle è coerente con quanto suggerito da Shoulders, che per generare gli aggregati di carica di elettroni con il suo generatore usava tensioni dell’ordine di 2 kV (v. il mio articolo Come fare un generatore di “aggregati di carica”). In effetti, Shoulders suggerisce che gli aggregati di carica viaggino in una sorta di contenitore elettromagnetico, quella che in gergo fisico si chiama una “buca di potenziale”, con una profondità di circa 2 kV.

Si noti che l’energia cinetica Ki così trovata per lo ione accelerato può essere trasformata in temperatura del gas di particelle sfruttando la relazione Ki = ½ x m v2 = 3/2 k T, dove k = 1,38 x 10-23 m2 kg s-2 K-1 è la famosa costante di Boltzmann. Ad esempio, per avere un protone da Ki = 1 MeV riscaldando l’idrogeno gassoso, occorrerebbe una temperatura T = 11.604.525.006 K, cioè di oltre 11 milioni di gradi kelvin, che sostanzialmente possiamo trovare soltanto nelle stelle. Per ioni di altri elementi chimici, si può ottenere T moltiplicando l’energia in MeV della loro barriera coulombiana per 11,6 milioni di kelvin.

ATTENZIONE! – Questa esperienza è riservata a soli sperimentatori adulti con un background fisico o ingegneristico, poiché la realizzazione del presente apparato comporta potenziali rischi legati all’alta tensione e alla possibile produzione di prodotti indesiderati, quali raggi X, raggi gamma, neutroni. Pertanto, vanno adottate tutte le precauzioni e schermature conseguenti. In alternativa, si consiglia di proteggersi facendo funzionare l’apparecchio a minimo 10 metri di distanza da se stessi e dalle altre persone quando è acceso, usando quindi un sistema di comando e monitoraggio (anche video) da remoto.

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