Come realizzare una trasmutazione “impossibile”

Una trasmutazione nucleare è la conversione di un elemento chimico (o di un suo isotopo) in un altro elemento chimico. Nonostante secondo la fisica nota tali trasmutazioni possano avvenire sulla Terra solo in materiali radioattivi o tramite reazioni nucleari ad alta energia (cioè grazie ai raggi cosmici, agli acceleratori di particelle o ai reattori nucleari), qui mostreremo come realizzare una trasmutazione nucleare a casa propria usando la bassa energia di un forno a microonde e delle comuni lampadine fluorescenti compatte, ispirandoci a un rivoluzionario esperimento compiuto da un ricercatore ungherese.

Dato che ogni elemento (o isotopo di un elemento) è definito dal suo numero di protoni (e di neutroni) nei suoi atomi, cioè nel nucleo atomico, la trasmutazione nucleare avviene in qualsiasi processo in cui il numero di protoni o neutroni nel nucleo di un atomo cambia.

La trasmutazione naturale da parte della nucleosintesi stellare in passato ha creato la maggior parte degli elementi chimici più pesanti nell’universo esistente conosciuto e continua ad avere luogo oggi, creando la stragrande maggioranza degli elementi più comuni nell’universo, tra cui elio, ossigeno e carbonio. Gli elementi più pesanti del ferro – come ad esempio l’oro e il piombo – vengono creati attraverso trasmutazioni di elementi che possono avvenire solo nelle supernove.

Sulla Terra, una trasmutazione può essere ottenuta mediante reazioni nucleari (in cui una particella esterna reagisce con un nucleo) o mediante decadimento radioattivo, dove non è necessaria alcuna causa esterna. La trasmutazione artificiale può verificarsi in macchinari che hanno abbastanza energia da causare cambiamenti nella struttura nucleare degli elementi: acceleratori di particelle, reattori a fissione e reattori tokamak, cioè a fusione.

Esempi di trasmutazioni nucleari artificiali prodotte con acceleratori di particelle.

Le Reazioni Nucleari a Bassa Energia (LENR)

Rutherford a Cambridge, nel 1919, ottenne la prima “trasmutazione artificialmente indotta” bombardando azoto con particelle alfa provenienti dal radio per produrre ossigeno. Questo risultato ha dato inizio alla fisica delle alte energie ma ha anche creato nei fisici una limitazione mentale dalla quale non si sono ancora liberati (mi riferisco, ovviamente, alla fisica mainstream): la rottura di un nucleo aveva bisogno di un milione di volte più energia di quella che viene fornita in una reazione chimica. La fisica nucleare classica che si studia nei corsi universitari ancora oggi afferma che i nuclei possono essere separati solo da forze corrispondenti a variazioni di energia dell’ordine di 1 MeV.

Perciò, si è iniziato a costruire acceleratori lineari, ciclotroni, collisionatori vari o reattori nucleari per produrre reazioni nucleari. E questo pregiudizio ha fatto sì che i risultati di Fleischmann e Pons di “fusione fredda” fossero considerati “eretici”. Ma già dall’inizio degli anni Novanta è stato dimostrato che è possibile osservare reazioni nucleari all’interno di energie di stimolazione dell’ordine di 5 eV, se le particelle si trovano in un reticolo solido. Le trasformazioni nucleari “assistite”, che si verificano vicino alla temperatura ambiente, sono state ampiamente osservate: ad esempio, la produzione di trizio a partire dal deuterio nel palladio, già nel 1996, contava più di 100 conferme in altrettante pubblicazioni scientifiche.

Questo delle trasmutazioni è oggi, pertanto, uno degli aspetti più interessanti delle cosiddette Low Energy Nuclear Reactions (LENR), ovvero delle “reazioni nucleari a bassa energia”, espressione ormai associata a una classe abbastanza ben precisa di fenomeni nuovi che non sappiamo spiegare con le teorie fisiche classiche. Si tratta di reazioni nucleari diverse dalla fusione tradizionale insegnata all’Università che possono verificarsi a temperature prossime alla temperatura ambiente, sebbene non abbiano ancora una teoria accettata che le spieghi. Vi sono però vari modelli che suggeriscono le circostanze per le quali le barriere coulombiane tra i nuclei potrebbero diventare “trasparenti” nei reticoli solidi.

Ad esempio il famoso fisico David Bohm, nel 1951, è stato il primo a sottolineare che se la distanza internucleare fra due particelle in un reticolo raggiungeva un valore critico legato alla lunghezza d’onda di de Broglie, le onde avrebbero interferito in maniera distruttiva e la barriera energetica fra le particelle sarebbe diventata trasparente. Peter Hegelstein, invece, nel 1993 ha sviluppato teorie basate sui neutroni virtuali: se il loro tempo di vita eccede i 10-17 secondi, essi possono vagare in giro fra gli atomi di un reticolo a più di 10 Armströng dal genitore, creando un nuovo nucleo. Infine, teorie più recenti suggeriscono un ruolo dell’idrogeno “ultradenso” (vedasi i lavori di Leif Holmlid e “idrini” di Mills).

Un insospettabile reattore LENR casalingo

Ebbene, alcuni anni fa si è scoperto che i rapporti degli isotopi del mercurio, nelle lampadine fluorescenti compatte (CFL) , dopo migliaia di ore di funzionamento si allontanano leggermente da quelli naturali, il che ha fatto ipotizzare che in queste lampadine – presenti in quasi tutte le nostre case – si verifichino reazioni LENR. La spiegazione fornita dagli scettici, già nel 2010, per “smontare” tale effetto è che i diversi isotopi del mercurio sono frazionati in diverse aree della lampadina: alcuni isotopi entrano preferenzialmente nel tubo di vetro e altri rimangono nel fondo dello stesso. Una domanda che dovrebbe venire a tutti è quanto sia solida questa spiegazione, e se le LENR non siano state escluse prematuramente.

In fondo, una lampadina fluorescente compatta “assomiglia” molto a un reattore LENR. Infatti, essa consiste di una tubo sigillato contenente vapori di mercurio, con un rivestimento interno di materiale fluorescente (fosforo), e due elettrodi alle estremità del tubo. Quando ai due elettrodi viene applicata una tensione, il gas interno al tubo si ionizza, conduce elettricità e il processo genera luce ultravioletta (UV). A temperatura ambiente il mercurio è liquido, per cui occorre un po’ di tempo dall’accensione perché il materiale evapori per effetto del calore prodotto dalla scarica nel gas. Quando questa luce ultravioletta colpisce il fosforo all’interno del tubo, il materiale si illumina producendo luce visibile.

L’interno di una tipica lampadina fluorescente compatta (CFL).

Pertanto, a differenza di una lampadina a incandescenza, quando la lampadina CFL viene accesa, un circuito contenuto all’interno della sua base produce un’alta tensione fra gli elettrodi, necessaria per la ionizzazione iniziale del gas nel tubo. Una volta che la lampadina inizia a funzionare, la corrente e la luce possono venire mantenuti costanti usando una tensione molto più bassa. A differenza di una lampadina a incandescenza, in cui oltre il 90% dell’energia elettrica va sprecata in calore, determinando una bassa efficienza luminosa, in una CFL il calore è solo un sottoprodotto e la maggior parte dell’energia è convertita in luce.

Tuttavia, mentre una lampadina a incandescenza può operare con correnti in alternata (AC) o in continua (DC) ed un’ampia gamma di tensioni (che dipendono dal progetto e dalla specifiche di costruzione), una CFL necessita di un avvio e di una sequenza di tensioni operative più complessa, che comprende 3 fasi: nella fase di pre-ignizione (fase 1), la lampadina necessita di una corrente per preriscaldare un filamento; dopodiché, il bulbo necessita di una tensione continua elevata (fase 2) per l’ignizione, seguita da una AC ad alta frequenza durante il funzionamento normale (fase 3, di illuminazione). Quindi l’alimentazione della lampadina consiste di una corrente per alimentare il filamento, di una conversione da AC in alta tensione DC, seguita da una conversione ad alta frequenza da DC ad AC.

Infatti, in una lampadina CFL gli elettroni emessi dal filamento riscaldato collidono con il mercurio presente all’interno del tubo e, come risultato di queste collisioni, vengono rilasciati dei fotoni a lunghezze d’onda UV. Una volta che si ha l’ignizione del plasma, gli elettroni fluiscono dentro il tubo e collidono con gli atomi di mercurio, che al solito rilasciano fotoni UV. Grazie al fenomeno della fluorescenza, questa luce ultravioletta viene poi convertita in luce visibile dal rivestimento di fosforo sul tubo. Questa conversione a due stadi è molto più efficiente rispetto a una lampadina a incandescenza, e permette di generare la medesima quantità di luce con molta meno energia elettrica, a temperature della lampadina più basse (40 °C), e garantendo una durata di vita più lunga (10.000 ore).

In una CFL, la conversione dalla tensione DC ad AC viene effettuata producendo dapprima una tensione a onda quadra intorno a 30 kHz (un bulbo fluorescente lavora infatti in maniera più efficiente a una frequenza compresa fra 25 e 45 kHz) con un circuito standard del tipo “half-bridge”, con un duty cycle del 50% (è importante che sia intorno a questo valore, per evitare la formazione accelerata, sotto forma di macchia nera a un’estremità del bulbo, di una placca di mercurio e del materiale del filamento, riducendo la durata della lampadina). Quest’onda quadra ad alta frequenza pilota poi un circuito risonante e viene filtrata per produrre una corrente e una tensione sinusoidale nella lampadina.

Schema del circuito elettronico che gestisce una lampadina fluorescente compatta.

Il funzionamento effettivo di una lampadina fluorescente è dunque relativamente complicato, ma assai istruttivo. Si tratta di un dispositivo con cosiddetta “resistenza negativa”, ovvero la tensione attraverso la lampadina scende mentre la corrente attraverso la lampadina sale, un comportamento opposto a quello di una normale resistenza ohmica. Fra l’altro, in elettronica è ben noto che ogni dispositivo (coma ad es. i diodi tunnel) che può dar luogo a una resistenza negativa, su un certo intervallo di tensioni, ha un comportamento instabile che può essere usato per la realizzazione di un oscillatore.

Nella fase 2 di funzionamento di una lampadina CFL, la frequenza operativa applicata continua a diminuire finché la tensione della lampadina non supera la soglia della tensione di accensione della lampadina, e dunque la lampadina si accende. Quando la lampadina si accende, la corrente della lampadina viene controllata in modo tale che quest’ultima funzioni alla potenza e al livello di luminosità desiderati. Per attenuare la luce della lampadina fluorescente, basta aumentare la frequenza del semiponte (half-bridge), facendo diminuire il guadagno del circuito risonante e diminuendo la corrente nella lampadina. Un circuito di retroazione ad anello chiuso viene usato per misurare la corrente nella lampadina e regolarla al livello di riferimento aggiustando continuamente la frequenza operativa del semiponte.

I principali parametri di una CFL durante le tre fasi che la portano al normale funzionamento.

Un geniale “cambiamento di paradigma”

Siamo quindi un po’ nella situazione precedente l’esperimento di Merli-Missiroli-Pozzi, che nel 1974 permise di dimostrare con eleganza la dualità onda-particella della materia: una situazione di impasse, in cui manca la “genialata” che cambia completamente le cose. Si intuisce che le lampadine fluorescenti compatte sono simili a un reattore LENR di terza generazione, ovvero al plasma (come il QuarkX di Andrea Rossi, solo per citare il più famoso). Ma manca un esperimento che, in un colpo solo, dimostri che le CFL sono un vero reattore LENR (ad esempio producendo, al di là di ogni ragionevole dubbio, alcuni dei loro effetti caratteristici) e, al tempo stesso, sia facilmente e altamente riproducibile da chiunque, il che rappresenterebbe senza dubbio una svolta epocale in questo campo di ricerca.

Ebbene, la svolta in questo senso sembra essere arrivata da un semplicissimo esperimento cui accennavamo all’inizio, effettuato nella primavera del 2017 da un ingegnere elettronico ungherese, Ernö Lakatos, che nello stesso anno ha fondato una società – chiamata Clean Nuclear Energy – che costituisce un gruppo di ricerca privato, e in gran parte autofinanziato, sulle LENR. Il lavoro di ricerca teorico, in tale gruppo, è svolto da Peter Kalman, un professore in pensione dell’Istituto di Fisica dell’Università di Budapest, e da Tamas Keszthely, un ingegnere chimico con anche una laurea e un Ph.D. in chimica, che fino a giugno 2017 ha lavorato presso il Centro di ricerca chimica a Budapest, in Ungheria.

La brillante intuizione di Lakatos è stata quella di usare il potenziale reattore LENR costituito da una lampadina CFL in modo completamente diverso da quello convenzionale. Fino all’esperimento di Lakatos, infatti, tutti i ricercatori che avevano osservato o rigettato gli eventuali effetti LENR nelle lampadine fluorescenti compatte si erano limitati a farle funzionare per un elevato numero di ore, dopodiché avevano analizzato la composizione a livello isotopico delle sostanze depositate sul loro rivestimento interno – insieme a quella delle sostanze prese dal rivestimento di lampadine nuove fatte funzionare 0 ore – per scoprire eventuali variazioni, come ad es. il già citato shift isotopico.

Lakatos, invece, non ha fatto funzionare le lampadine fluorescenti compatte come fanno tutti, intuendo che quello non poteva essere il regime migliore per creare degli effetti anomali come quelli che si osservano nei rettori LENR. Ha tuttavia sfruttato la loro capacità di essere un reattore al plasma bell’e pronto, se si trova il modo di ionizzare il gas presente al loro interno. Allo scopo, ha pensato bene di utilizzare un altro oggetto che si trova praticamente in tutte le case: un forno a microonde. In realtà, ne ha smontato uno ed ha realizzato una guida d’onda per poter effettuare delle misure di temperatura mentre effettuava l’esperimento, tuttavia ciò non appare strettamente necessario (e, in ogni caso, non fatelo!), purché si individui prima la zona di massimo irraggiamento all’interno del proprio forno a microonde.

La guida d’onda usata da Lakatos nei suoi esperimenti con le microonde e le CFL.

Infatti, l’idea è semplicemente quella di usare un forno a microonde commerciale per irradiare il bulbo di una lampadina CFL con un intenso campo di microonde e trasformarlo così in un reattore LENR. Come è noto, un forno a microonde è un elettrodomestico che riscalda e cuoce il cibo esponendolo a radiazioni elettromagnetiche nella gamma di frequenza delle microonde, prodotte grazie a un tubo magnetron usualmente a 2,45 GHz ±50 MHz (pari a una lunghezza d’onda 12,2 cm), in quanto questa è una zona di frequenze libere in tutti i Paesi. In pratica, esso induce le molecole polari presenti nel cibo – ovvero le molecole d’acqua – a ruotare e produrre energia termica in un processo noto come riscaldamento dielettrico. I forni a microonde riscaldano gli alimenti in modo rapido ed efficiente perché l’eccitazione è abbastanza uniforme rispetto ad altri metodi di cottura.

Nella maggior parte dei forni a microonde, il magnetron è azionato da un trasformatore lineare che può essere attivato o disattivato completamente. In quanto tale, la scelta del livello di potenza non influenza l’intensità della radiazione a microonde; invece, il magnetron viene attivato e disattivato ogni pochi secondi, alterando così il duty cycle su larga scala. Il duty cycle on-off è, in effetti, un metodo comune e di basso costo per regolare il livello di potenza medio. In genere non è un buon metodo di controllo della potenza per piccoli campioni o quando è richiesto un controllo critico del processo per campioni sensibili, poiché il livello di potenza è sempre al massimo durante il tempo di attivazione. Ad ogni modo, alcuni forni a microonde di nuova generazione hanno la tecnologia inverter per controllare la potenza in uscita, e questi forni a microonde possono avere un duty cycle al 100%.

Il “duty cycle” (o tempo di servizio) tipico di un forno a microonde commerciale.

Il duty cycle – o tempo di servizio – del magnetron è il tempo in cui il magnetron è acceso diviso per la base dei tempi. Una tipica base dei tempi per un forno a microonde domestico è di 10 secondi o più. Un ciclo di lavoro del 50% per un forno a microonde con una base di tempo di 10 secondi è 5,0 secondi acceso e 5,0 secondi spento. Si noti che un contenitore riempito con un volume d’acqua va sempre inserito nel forno a microonde per fungere da carico ausiliario. In questo modo, l’eccesso di energia riflessa che si ha quando la dimensione del campione non è sufficiente verrebbe scaricato nel carico fittizio (dummy load) per evitare di danneggiare il magnetron. In pratica, va posizionato sempre un bicchiere d’acqua di almeno 200 ml nel forno a microonde quando si usa per fare degli esperimenti.

Il più semplice esperimento LENR della Storia

In pratica, Lakatos ha preso due lampadine fluorescenti compatte commerciali e le ha preparate per l’esperimento rimuovendo la base (con i suoi componenti elettrici) dal bulbo. Una delle due lampadine è stata schiacciata e la sua composizione chimica (compresi gli elettrodi) è stata misurata da un analizzatore XRF per ottenere la distribuzione degli elementi chimici prima dell’irradiazione con le microonde. La lampadina non rotta è stata collocata nella guida d’onda ed è stata irradiato da un campo a microonde intenso di potenza 150W per un tempo d irraggiamento di 4 minuti. La temperatura della lampada è aumentata continuamente fino a 110 °C. Aumentando la potenza fino a 400 W, dopo 141 secondi la temperatura ha raggiunto 346 °C al centro del bulbo, che si è fuso.

La seconda lampadina è stata distrutta dopo l’irradiazione a microonde e il contenuto della parte fusa è stata misurato dall’analizzatore XRF in diversi punti. I risultati delle analisi indicano che un nuovo elemento, lo zolfo (S), deve essere comparso a seguito di una trasmutazione nucleare durante il processo, in quanto è stato trovato solo dopo l’irradiazione con il forno a microonde. Inoltre, si può ragionevolmente supporre che anche il silicio (Si) sia stato generato. L’esperimento appena descritto è stato successivamente replicato da Lakatos con condizioni / setup simili utilizzando diversi tipi di lampadine fluorescenti compatte e la trasmutazione nucleare in questione si è ripetuta di nuovo.

La composizione in elementi chimici della CFL prima e dopo l’irradiazione con le microonde. L’espressione “LD” sta per “non detectable”. (da Lakatos, 2017)

Oltre al processo di trasmutazione nucleare osservato, è stata rilasciata una notevole energia termica, che ha sciolto i tubi di vetro delle lampade fluorescenti compatte, peraltro senza che sia stata osservata alcuna variazione del fondo gamma di radiazione. Ma, soprattutto, si è osservata la formazione di hot-spot, come quello in figura, in cui si vede chiaramente lo zolfo (prima non presente nel bulbo) su un pezzo di vetro fuso. Dunque, da questo esperimento è emerso che un possibile processo LENR avviene nelle lampadine, per il quale il fosforo (P) viene trasmutato in silicio (Si) e zolfo (S) durante l’irradiazione a microonde. Tuttavia, la trasmutazione del silicio non è inequivocabile, poiché esso è presente anche prima dell’irradiazione a microonde dato che il tubo di vetro è fatto di silicio.

Un hot-spot con lo zolfo ben visibile in uno dei pezzi fusi della CFL. (da Lakatos, 2017)

Dunque, come è evidente, il campo a microonde applicato è solo uno strumento semplice ma tremendamente efficace per creare un plasma in cui appaiono elettroni e ioni, grazie al quale si verificano – in modo facile da riprodurre e oltretutto con risultati evidenti anche visivamente – effetti tipici associati ai processi LENR: trasmutazioni, hot-spot, runaway termici. Una conseguenza importante di questo esperimento è che si può supporre che, in diversi casi del passato in cui sono osservati, durante la lavorazione a microonde di diversi tipi di materiali, effetti non termici come il runaway termico e la comparsa di hot-spot, tali effetti possano essere anch’essi associati a processi LENR.

L’eccitazione a microonde forma facilmente plasmi a pressioni di gas ridotte. Secondo il gruppo di Lakatos, il quale descrive l’esperimento qui appena riassunto nell’articolo Microwave Induced Nuclear Transmutation in Compact Fluorescent Lamps – pubblicato nel maggio 2017 nel poco “visibile” sito web della sua società – “le specie atomiche o ioniche nel plasma possono reagire con il substrato e formare costituenti volatili, o specie nel plasma possono reagire e formare materiali solidi, che si depositano sul substrato (deposizione chimica di vapore stimolata dal plasma). I processi di modifica alla superficie del plasma possono coinvolgere una di queste interazioni. Le interazioni tra i componenti fisici e chimici di un sistema al plasma a microonde sono numerosi e non sono ancora ben compresi”.

Dunque, questo esperimento di Lakatos è di gran lunga il più semplice della ormai quasi trentennale storia della fusione fredda, o LENR che dir si voglia. In realtà, qualche esperto di LENR “pignolo” potrebbe obiettare che l’esperimento più semplice è quello di Lin e Bockris (1996), i quali, infiammando rapidamente una miscela di composti inorganici, rivelarono l’inattesa creazione di piccole quantità di nuovi elementi (trasmutazioni) e di radioattività anomala. Tuttavia, quell’esperimento richiede sostanze chimiche che occorre ordinare ad hoc presso fornitori specializzati e non è facilmente riproducibile, poiché gli stessi autori hanno osservato, in alcune repliche da loro stessi effettuate, difficoltà in tal senso. Pertanto, lo si potrebbe definire, al più, “il secondo esperimento più semplice nel campo delle LENR”.

Una delle varie miscele di sostanze usate da Lin e Bockris nei loro esperimenti termici.

Altri risultati interessanti con l’uso di microonde

Un altro motivo che rende molto interessante l’uso delle microonde o quello della grafite – a seconda dei punti di vista – è suggerito da un video pubblicato su YouTube nel 2012, intitolato “Dustfusion Part1”, che mostra un esperimento in cui della polvere di grafite collocata all’interno di tubo di quarzo orizzontale (simile a una provetta e poggiato su un supporto di mica) viene esposta alle microonde in un forno a microonde convenzionale e, dopo almeno 3 minuti, dimostra di avere acquisito delle evidenti proprietà magnetiche che non aveva prima di essere sottoposto a tale irraggiamento, come si vede chiaramente dal filmato. Lo sperimentatore afferma che una piccola parte della polvere si trasforma in alluminio, titanio, magnesio e ferro, e che appare anche del sodio e dello zolfo, lasciando intendere di aver fatto analizzare le polveri irraggiate in precedenti esperimenti e di riferirne ora l’esito.

Un’immagine tratta dall’interessante video “Dustfusion Part1”.

Una possibile, ma assai azzardata, spiegazione del fenomeno da parte di uno scettico che non credesse alle dichiarate trasmutazioni ma almeno alle proprietà ferromagnetiche palesemente visibili nel video, potrebbe risiedere in un lavoro di ricerca di Hendrik Ohldag e collaboratori, ripreso nell’articolo “Magnetic carbon” da Materialstoday.com, il quale ha indicato che l’irradiazione di una superficie di grafite con protoni generati da un acceleratore di 2,25 MeV (cioè il drogaggio con idrogeno) può portare alla formazione dell’ordine ferromagnetico, in un materiale diamagnetico – e dunque praticamente “non magnetico” per l’uomo della strada – quale è la grafite. Gli scienziati hanno ipotizzato che gli atomi di idrogeno vengano incorporati nel reticolo di grafite durante il drogaggio dell’idrogeno, distorcendo il reticolo e permettendo agli spin di allinearsi l’uno con l’altro.

Ma, al di là della spiegazione di questo specifico aspetto, ciò che conta in tutto quanto ho cercato di riassumere nel presente articolo è il fatto che, dai recenti sviluppi illustrati, sembra emergere chiaramente la possibilità di utilizzare un forno a microonde commerciale – tal quale o eventualmente modificato alla bisogna – per effettuare trasmutazioni e, verosimilmente, anche innovativi esperimenti LENR, che siano allo stesso tempo veloci e low cost, potendosi in alcuni casi effettuare perfino a casa con materiali altamente economici e di facilissima reperibilità, se non già posseduti nelle proprie abitazioni. L’uso di microonde può essere anche un metodo veloce ed efficiente per testare le polveri da usare come combustibile in semplici reattori LENR sfruttando l’effetto “heat after death”, sulla falsariga di quanto proposto dal fisico Camillo Urbani (2015) con un riscaldatore a induzione (che ha frequenze di centinaia di kHz).

Importante. L’esperimento  di Lakatos va eseguito all’aperto, ed occorre fare molta attenzione a non respirare i vapori tossici emessi dalla lampadina al momento della rottura e che potrebbero residuare sul fondo del forno stesso, pertanto va eseguito solo da parte di persone adulte consapevoli dei rischi connessi e indossando dei guanti protettivi. Inoltre, come per tutti gli esperimenti con il forno a microonde e con sostanze pericolose per la salute, lo sperimentatore si assume la responsabilità di eventuali conseguenze indesiderate dell’esperimento, compresi eventuali danni all’apparecchio per usi diversi da quelli standard. Infine, se impiegato in questo esperimento, il microonde: (1) non va smontato (per il notevole pericolo posto dalle microonde non schermate e dall’alta tensione dell’alimentatore); (2) non può venire più usato per usi alimentari e va ripulito con cura.   

 

Bibliografia

  • Acland F., “Low Energy Transmutation of Carbon in a Microwave Oven?”, E-Cat World, 2013.
  • Lakatos E., “Microwave Induced Nuclear Transmutation in Compact Fluorescent Lamps”, Sito web lenrhun.hu, Clean Nuclear Energy, May 2017.
  • Lakatos E., “Microwave Induced Nuclear Transmutations”, lenrhun.hu, Clean Nuclear Energy, 2016.
  • Lin G.H. e Bockris J. O’M, “Anomalous Radioactivity and Unexpected Elements as a result of Heating Inorganic Mixtures”, Journal of New Energy, 1 (3), 100, 1996.
  • Ohldag H., “Advanced Light Source Reveals Mysteries of Magnetic Carbon”, Sito web del Berkeley Lab, http://today.lbl.gov, 13 December 2010.
  • Urbani C. (translation by R. Ventola), “A Fast Fuel Test based on the Heat after Death”, Vessy’s Blog, www.ecat-thenewfire.com, March 28, 2015.

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